Mestrualità e Draghi

Mestrualità e Draghi

Sono stata una ragazzina “piegata in due” dai crampi mestruali.

A scuola, quando succedeva, mia madre mi doveva venire a prendere.

Casa, divano o letto, borsa dell’acqua calda, contorta su di un fianco, chiusa.

Nei momenti peggiori, sul pavimento. Contorta anche qui, stringevo con una mano la gamba di una sedia, sul fresco delle grandi piastrelle esagonali, rosso scuro. Rosso che colava via dal mio corpo, rosso su cui poggiavo un corpo chiuso e dolorante.

Niente di organico, nulla che giustificasse il dolore.

Forse è per questo che da adulta mi sono interessata alla mestrualità, alle diverse fasi in cui entriamo ogni mese.

Alla luna che governa i nostri flussi interni e non solo i mari.

Ho viaggiato in diverse parti del mondo, per incontrare ginecologhe illuminate,  donne sapienti che insegnano ritualità antiche,  o che portano novità sull’anatomia femminile.

Ho amato studiare nei gruppi di donne provenienti da varie parti del mondo, offrivano approcci diversi alla Mestrualità.

Dalle giornate piovose di Londra, in un salone color panna, con schede anatomiche, stoffe rosse e la rappresentazione delle stagioni legate al ciclo femminile,  alle serate in Portogallo sotto la luna per scoprire approcci nuovi, racconti antichi, a riempire le narici di profumi dei fiori del mediterraneo.

I miei dolori sono scomparsi, oggi amo tutta la mia ciclicità, ho imparato ad ascoltare il corpo, ad apprezzare il flusso caldo che scorre via, conosco i significati profondi, le tecniche di rilassamento, conosco la strada per dare nuovamente importanza al sangue delle donne.

Ricordare che cos’è davvero la mestrualità è un viaggio dentro di sè, un cammino per ritrovare forza, stima, un contatto profondo con il proprio corpo: sentirlo, amarlo per com’è.

La mestrualità è anche la cartina al tornasole della salute della donna, di come gestisce le emozioni che abitano il suo corpo durante tutto il mese.

Sono affascinata dalle antiche culture pre-cristiane: avevano un approccio di sacralità al sangue mestruale.

Durante un seminario sulla sessualità legata al menarca, una donna inglese aveva un vecchio libro scritto da una tedesca nel 1988, ricordo bene questa data, 20 anni esatti ci distanziavano dal libro: parlava del Tempo del Dragone.

IL TEMPO DEL DRAGONE: il simbolo collettivo del potere delle donne mestruate, una forza non un peso, un dono non una scocciatura, una risorsa non un problema!

Il drago era uno dei simboli del femminile, uno di questi draghi/serpenti era Tiamat la Dea dell’era babilonese, la madre primordiale del popolo della Mesopotamia.

Questa Dea, aveva generato la terra attraverso il suo flusso mestruale. I babilonesi la onoravano, onoravano una donna per il suo potere di creare attraverso il suo corpo.

Si dice ci sia un legame simbolico con Mar Rosso (che rosso non è per nulla!): sulle sue sponde c’è una località che si chiama  Tihāmat Al-Ḥijaz  e Tihāmat ʿAsīr.

Il mar rosso come antico simbolo mestruale!

E’ importante preparare le ragazzine alla mestrualità, non è solo un flusso organico che si presenta una volta al mese.

Anche per una donna adulta è importante recuperare un rapporto sano con la mestrualità.

La mestruazione è indissolubilmente legata nostro concetto di femminile, alla nostra autostima a come mi rapporto con il mio corpo e alla sessualità.

Come entriamo nel menarca può incidere su tutta la nostra vita di donne, può influenzare il piacere, l’approccio alla sessualità e può incidere sulla salute del perineo.

Avere un flusso con meno dolore, uscire dalla vergogna che in alcune donne genera, ricontattare la forza della mestruazione è possibile e necessario.

BE PERIOD POSITIVE!

ISABELLA

Vulvodinia   Prof. Micheletti

Vulvodinia Prof. Micheletti

In vista della Giornata Internazionale per la Vulvodinia: l’11 novembre, abbiamo intervistato il Prof. Leonardo Micheletti,  ginecologo che da più di trentacinque anni si interessa dei disturbi vulvari. È il primo ad aver pubblicato nell’ambito della letteratura internazionale anglosassone un lavoro che può essere considerato il manifesto della nascita della vulvologia.

 

  • Professore, può spiegare in modo semplice un disturbo complesso come la vulvodinia?

È un dolore vulvare prevalentemente localizzato a livello del vestibolo (quella regione della vulva che sta davanti alla vagina) senza che ci sia una lesione organica, senza una lesione visibile.

Il dolore vulvare può essere causato da un’ulcera, da una dermatosi, da una dermatite, da un’infezione,  da un tumore ma in questi casi non parliamo di vulvodinia.

Nella vulvodinia non ci deve essere una lesione visibile che spiega quel dolore.

Sia la donna che il ginecologo, a prima vista o all’ispezione in visita, non vedono nulla: la vulva è integra.

Il termine vulvodinia indica una sindrome dolorosa. La sindrome è un insieme di fattori che danno come risultato un certo tipo di situazione.

 

  • Quali sono le terapie attualmente in uso per la cura della vulvodinia?

Due sono le terapie accreditate, l’approccio psicologico psicoterapeutico e l’approccio neurofarmacologico; quest’ultimo utilizza antidepressivi, antiepilettici e anticonvulsivanti, ma solo quelli che hanno dimostrato di funzionare sul dolore disfunzionale, che è quello che caratterizza la vulvodinia. È  fondamentale saper distinguere il dolore disfunzionale da quello neuropatico, infiammatorio e nocicettivo. Sono quattro forme di dolore differenti e non rispondono alla stessa maniera agli stessi farmaci.

La vulvodinia è caratterizzata da un dolore disfunzionale, che non dipende dall’infiammazione o dal danno di un nervo ma dalla disfunzionalità delle vie e dei centri nervosi che controllano la sensibilità.

La donna con vulvodinia percepisce come dolore uno stimolo non doloroso.

 

  • È vero che l’80% delle vulvodinie sono vestibolodinie? Che cosa le differenzia?

Bisogna saper distinguere dal punto di vista anatomico il vestibolo dal resto dell’apparato genitale, infatti il vestibolo è una componente della vulva ma si chiama vestibolo vaginale, non vestibolo vulvare, come purtroppo si vede spesso scritto in letteratura. Il termine vestibolo indica lo spazio che sta davanti a qualcos’altro. Che cosa sta davanti alla vagina? Il vestibolo vaginale. Ma che cosa c’è davanti alla vagina? La vulva. Quindi il vestibolo vaginale è la parte mucosa della vulva. La maggior parte della vulva è ricoperta da cute, parzialmente pelosa, parzialmente glabra. È difficile che il dolore vulvare senza lesione visibile colpisca la componente cutanea. Ecco perché l’80% del dolore vulvare non legato ad una lesione visibile, dicesi vulvodinia, è localizzata sul vestibolo, e allora viene chiamata vestibolodinia. E non vestibulite, perché il suffisso «-ite»  introduce un concetto infiammatorio o infettivo, che non esiste nella vulvodinia.

Un’infiammazione pregressa può essere uno tra  i fattore scatenanti, ma non la causa della vestibolodinia o vulvodinia.

Ad esempio anche il tumore che ha colpito la vulva in una parente, può scatenare in una donna che non ha il tumore un dolore alla vulva, perché fissa l’attenzione sulla propria vulva e può, in alcuni casi, avere una percezione dolorosa anche se non c’è nulla che causa dolore. Quando il fattore scatenante è qualcosa di organico o fisico, una volta risoltosi dovrebbe passare il dolore, invece il dolore può mantenersi e durare nel tempo: in questo caso il sintomo dolore si è trasformato in malattia dolorosa.

La vestibolodinia è un disturbo molto complesso, controllabile e risolvibile nell’80-90% dei casi.

 

  • La differenza tra ginecologo e vulvologo?

In realtà non esiste, nel senso che la vulvologia è una competenza interdisciplinare, non una specialità. Lo psicoterapeuta stesso, che sia medico o no, deve avere una minima competenza vulvologica. L’urologo che vuole interessarsi dei disturbi urologici della donna deve avere una competenza vulvologica, così come il dermatologo e il ginecologo. Perché? Perché la vulva è un organo di confine tra apparato genitale e dermatologico e rappresenta il simbolo della sessualità. Quindi uno psicoterapeuta che non è medico non può esimersi dall’avere i fondamenti della vulvologia, che significa sapere che sulla vulva ci sono anche malattie della pelle. Si può correre il rischio di avere lo psicoterapeuta che cura una dermatosi e dall’altra parte avere il ginecologo che cura una vulvodinia, sindrome complessa con importanti implicazioni psicologoiche, con gli antimicotici. Significa, in questo caso, non possedere una competenza vulvologica di base. Ma il termine vulvologia non è stato riconosciuto a nessun livello, non esiste neanche la visita vulvologica, dopo trent’anni che si parla di vulvodinia, dopo che nel 2002 è uscito nella letteratura anglosassone un mio articolo insieme a un importante dermatologo americano che spiega cos’è la vulvologia. Esiste la senologia, ma chi è senologo? Il radiologo che si occupa di tumore alla mammella, il radioterapista che tratta la mammella, il medico oncologo che tratta la mammella. Sono tutti senologi, eppure sono tutti specialisti differenti. Dunque la senologia è una competenza interspecialistica, come la vulvologia, anche se quest’ultima non è ancora riconosciuta a livello nazionale. Questo anche perché imparare la vulvologia è molto difficile. Io, da ginecologo, per imparare a gestire appropriatamente la vulvologia ho dovuto ristudiare la dermatologia applicata alla vulva, ho dovuto studiare le basi neurofisiologiche riguardanti le vie di trasmissione e di percezione, quindi la neurofisiologia applicata alla vulva. Nulla di questo mi è stato insegnato in nessun corso di laurea o specializzazione, ed io insegno nei miei corsi questi principi ai miei colleghi che vogliono interessarsi di vulvologia, ma la vulvologia non ha un riconoscimento ufficiale a nessun livello.

 

  • Secondo lei, che cosa deve fare una donna che soffre di vulvodinia, per evitare di entrare in quello che è definito “pellegrinaggio medico”, ovvero il sottoporsi a diverse visite da parte di differenti specialisti, senza riuscire a risolvere il proprio problema?

Ci sono pochissimi specialisti di vulvologia. Sto facendo un corso in vulvolgia in quattro tappe in cinque città d’Italia: prima tappa – introduzione alla vulvologia; seconda tappa – i lichen della vulva e la psoriasi; terza tappa – i tumori intraepiteliali della vulva; quarta tappa – il dolore vulvare e la vulvodinia. Alla fine di queste tappe i corsisti dovrebbero aver acquisito le basi per iniziare ad essere dei vulvologi, cioè saper riconoscere e saper distinguere, e non trattare certe patologie dando ad esse il nome di altre patologie. Se una donna ha un dolore vulvare, esterno, perché deve fare un tampone vaginale e utilizzare un ovulo vaginale? Questo accade perchè manca una specifica competenza vulvologica.

Ci sono due aspetti importanti da sottolineare e su cui riflettere: primo, si riconosce solo ciò che già si conosce. Il  medico che non riconosce finisce per cercare nelle sue conoscenze qualcosa di simile che attribuisce alla sua paziente, la sua paziente viene identificata, battezzata, con una patologia che non ha, e se la porta dietro per molti anni.

Secondo,  un’informazione parziale e incompleta può essere peggio della completa ignoranza. L’informazione è qualcosa che è dipendente da chi la fornisce e può essere immagazzinata su un mezzo cartaceo, sul web…la conoscenza invece dipende dall’intelligenza di chi sta usando l’informazione. Non possiamo identificare informazione con conoscenza. Ma viviamo in un mondo dove non c’è più la capacità di conoscere il significato delle parole. Per cui si sente parlare di vulvodinia, si sente parlare di lichen e si attribuiscono queste diagnosi a soggetti che non hanno la vulvodinia o lichen.

 

  • Sul web molti si professano esperti di vulvodinia. Nessuno si pone il problema di fermarsi un attimo e capire se le informazioni che possiede sono corrette; diventa  quindi fondamentale dare le informazioni più corrette possibile. 

Ciò che sappiamo sulla vulvodinia è che c’è una predisposizione genetica (ci sono almeno sei geni coinvolti tra tutti i geni che controllano la sensibilità). A questo si associa una predisposizione  psicologica, nel senso che si è visto che compare prevalentemente in soggetti che soffrono di ansia, depressione, disturbi del sonno, disturbi dell’alimentazione, dolori diffusi. Ricordiamo ancora che la vulvodinia è una sindrome da dolore disfunzionale e che esistono altre sindromi da dolore disfunzionale che colpiscono altri organi, e si presentano anche nei maschi.

Quali sono le sindromi da dolore disfunzionale, ovvero quelle sindromi dove c’è un apparato o un organo che è dolente ma organicamente sano?

  • La sindrome dell’intestino irritabile;
  • La sindrome da vescica dolente, che assomiglia ad una cistite perché ci sono dolore e bruciore ad orinare, e ci sono pazienti che arrivano a orinare 30 volte al giorno con urinocoltura e cistoscopia negative;
  • La fibromialgia, in cui compaiono dolori muscolari senza alterazioni negli esami ematochimici e radiologici;
  • La vulvodinia;
  • La sindrome temporo-mandibolare;
  • La sindrome della cefalea muscolotensiva.

Sono tutte sindromi in cui il sintomo è il dolore, ma non indica una malattia specifica, ma una predisposizione genetica e psicologica del soggetto a processare in maniera anomala gli stimoli del mondo esterno. Anche e soprattutto stimoli normali, non dannosi. Quindi l’organo che fa male non deve essere curato, perché sull’organo che segnala il dolore non si trova nulla di anomalo. Sono i centri che controllano il dolore che non funzionano bene. Ecco perché una delle armi principali è la psicoterapia, perché la percezione è differente dalla sensazione. La sensazione è quello che inviano i nostri organi di senso al nostro cervello: l’udito, il tatto, l’olfatto, il gusto. Poi il nostro cervello processa e dà un significato: e questo si chiama percezione.

Un esempio dove la percezione non corrisponde alla sensazione: il masochista, che si procura sensazioni di dolore per percepire piacere. E può avvenire il contrario, il paziente può percepire dolore in un organo, come se ci fosse una lesione, anche senza lesione. Non se lo inventa, ma lo percepisce. Se al medico  che gestisce la paziente vulvodinica mancano le basi neurofisiologiche, psicologiche e algologiche necessarie, diventa difficile inquadrare e gestire correttamente questa paziente.

Leonardo Micheletti, Professore Associato in Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Torino. Responsabile del Servizio di Vulvologia, Colposcopia e Patologia del Basso Tratto Genitale presso la Ginecologia e Ostetricia Universitaria 1 dell’Ospedale S. Anna di Torino

Torino, Ottobre 2021

 

“Ringrazio il Prof. Micheletti, che è stato disponibile per questa intervista.

Ciò che è emerso è molto importante per le donne che soffrono di vulvodinia – vestibolodinia, IL DOLORE C’É, É REALE, É PRESENTE, ma non si vede nulla.

Non è “solo una questione di testa, di dolore nella tua testa” come troppo spesso è stato detto a migliaia di Donne, ma il dolore è concreto e reale anche senza manifestazioni fisiche;  può essere psicosomatico, ma comunque reale e fisico.

Oggi ci sono molte informazioni che viaggiano sul web senza controllo, si legge di tutto e spesso queste informazioni sono contrastanti o non complete e per le donne è sempre più difficile capire a chi affidarsi per una gestione corretta del proprio disturbo.

La vulvodinia è complessa e interessa due ambiti: fisico e psicologico.

Divulgare che è solo fisica, o al contrario che è solo psichica, significa divulgare informazioni incomplete ed iniziare le donne al famoso pellegrinaggio medico.

Quello che emerge da questa intervista è che deve essere riconosciuta la tipologia di dolore, perché se il medico che visita non ha una preparazione algologica sulla complessità dell’universo dolore  ecco che per la donna inquadrare il suo disturbo diventa un calvario o finisce per ricevere un semplice elenco prestampato di farmaci che risolvono poco o nulla.

Il dolore costante e continuo, senza risoluzione porta anche alla depressione, la quale a sua volta peggiora il dolore.

Quello che è necessario è un protocollo condiviso soprattutto da chi conosce meglio la vulvodinia e che possa portare chiarezza su questa patologia che colpisce 1 donna su 7.

Dott.ssa Isabella Bodino

Fondatrice di Mirya

A Mirya mi occupo di vulvodinia da un punto di vista fisico con la riabilitazione pelvica, da un punto di vista emotivo con il counseling strategico e dal punto di vista simbolico che per me è fondamentale in alcune risoluzioni della patologia, sempre in collaborazione con un medico ginecologo.

 

 

 

 

Bocca e V@gina: un collegamento che accende!

Bocca e V@gina: un collegamento che accende!

La bocca, la vagina, le labbra ed i genitali esterni (dove ci sono altre labbra!) sono legati fin dalla loro origine: si formano dallo stesso foglietto embrionale.
Bocca e vagina hanno una mucosa molto simile.
Anche la struttura muscolare è molto somigliante, le corde vocali ricordano un perineo in miniatura.

Se la tua bocca è CHIUSA mentre fai l’amore, se i denti sono serrati, se la mascella e la mandibola tengono, trattengono e non dicono….anche la vagina ed il tuo bacino lo sono.
La domanda: «Com’è la tua bocca?» è un mantra a Mirya!
Schiudere le labbra, espirare profondamente, lasciare andare: questo ti può aiutare a rilassare tutta la muscolatura del pavimento pelvico, a sentire più piacere, a schiuderti come un fiore; se sei rilassata puoi percepire con più precisione ed intensità il piacere che si muove nel tuo bacino.

Anche la qualità del bacio ha grande influenza sulle pareti vaginali, per questo abbiamo creato LILIT BALM! labbra morbide, calde che si schiudono.
Se baci bene, con trasporto, se la tua lingua è morbida, puoi sentire che anche il canale vaginale si rilassa e la lubrificazione aumenta.
Ricorda: bocca e vagina sono sorelle!

D.ssa Isabella Bodino
Consulente Sessuale (Scuola di Sessuologia Clinica di Torino)

La Candida come alleata, un punto di vista differente

La Candida come alleata, un punto di vista differente

Sai che la candida è l’ultimo baluardo di difesa della flora microbica? Lo sai che, quando si manifesta, significa che sono ormai crollate le difese della flora batterica?

Il problema può originare dalla vagina stessa o dall’intestino.
Spesso, l’intestino, che è L’ALTRO CERVELLO (non il secondo), è soggetto a disbiosi che può essere causata da diversi fattori: gastroenterite, antibiotici e farmaci vari, ma anche dalle FORTI EMOZIONI che sperimentiamo ma che non dreniamo, non elaboriamo e che teniamo dentro e nutriamo quotidianamente.

La candida non è una nemica da sconfiggere, ma una preziosa ALLEATA da ascoltare, e da ridimensionare.
Sì, alleata! perché ci comunica che è in atto una difesa del nostro corpo, che si sente in qualche modo ATTACCATO o INVASO e quindi si difende.
Puoi immaginare la candida come “una supplente”: crollano i batteri, il ph si modifica e lei viene richiamata in vagina, riempie gli spazi lasciati dai batteri, crea una barriera di difesa, si moltiplica a dismisura e questa moltiplicazione diventa il problema.

È una difesa disfunzionale certo, perché crea disagio: prurito, fastidio… ma è pur sempre una difesa che ci può aiutare a cambiare il nostro modo di vivere, a cambiare il modo in cui ci alimentiamo e ci mostra di quali emozioni si nutre il nostro corpo.
Ci può insegnare ad avere più rispetto del nostro corpo, anche in relazione alla sessualità.
Scopri insieme a noi perché alimentazione, counseling e ginnastica perineale sono fondamentali per riportare l’equilibrio e liberarsi dalla candida.
SI PUO’ GUARIRE DALLA CANDIDA, ANCHE DA QUELLA PIU’ RECIDIVANTE.

D.ssa Laura Monni (Neurobiologa, Nutrizionista, Ricercatrice)

D.ssa Isabella Bodino (Consulente sessuale, Counselor, Rieducazione Pelvica)

GINNY: INTEGRATORE PER LA CANDIDA, CERCALO NEL SITO

“Mi sono innamorata, lui è sposato, presto uscirà di casa”

“Mi sono innamorata, lui è sposato, presto uscirà di casa”

STORIE DI ORDINARIA ATTESA E SECONDI POSTI ALL’OMBRA

“Non ho idea di quante volte l’ho sentita questa storia, né di quante la sentirò ancora.

Il problema è che il vostro uomo uscirà di casa quando: la moglie starà meglio, i figli saranno più grandi, la nonna uscirà dall’ospedale, il suo momento di crisi sul lavoro finirà, il figlio o la figlia sarà operata di appendicite, la suocera si rimetterà dalla caduta, il fratello troverà un nuovo lavoro, la famiglia si sarà ripresa dalla morte del cane!

Il libro delle scuse è infinito.

 

L’80% delle volte il vostro amore non uscirà mai di casa. Il 10% delle volte uscirà per un’altra donna e non per voi, il restante 10% forse per voi.

Interessante no?

Nel frattempo, care donne che vi siete innamorate di quell’uomo che “poverino” non fa più l’amore con sua moglie da anni, (anche se lui di anni ne ha 30, 40 o 50 ed è all’apice del desiderio sessuale!) voi sarete la sua bombola di ossigeno la sua traghettatrice verso una nuova relazione.

Eh già, questo è quello che siete voi.

Lo sostenete nel rimanere in una relazione che è un po’ stanca o attraversa un momento di crisi.

Ma voi, care crocerossine, quando lo vedete di nascosto nel bar di un paesello che pochi conoscono, voi lo aiutate a rimanere e non ad andarevia. A RI-MA-NE-RE.

Chi ha una relazione conflittuale, una relazione che è diventata molto routinaria, che non offre più stimoli, quanto esce e viene da voi: si ricarica, si nutre.

Voi siete gioiose, piene di desiderio, accoglienti, lo ascoltate, lo aiutate, poverinooooo! Con quella “stronza” con cui è sposato: troppo piccola, troppo alta, troppo magra, troppo grassa, poco interessante, noiosa, poco curata, ossessionata dal fisico, superficiale, troppo profonda: una palla!

E vi avvelenate con pensieri su una donna, “la moglie”, che non conoscete. La odiate, perché non lo lascia andare!

Davvero? Povero uomo incarcerato. Salvatelo!

Voi siete una bombola di ossigeno piena di vita:  nell’incontro non portate routine, ma la novità; non ci sono problemi quotidiani ma solo progetti futuri. Niente discussioni (all’inizio, care) ma solo entusiasmo ed eros.

Lui si riempie, si ricarica, gioisce, gode e torna a casa pronto per sostenere la sua relazione! Grazie a voi! Yeppaaaaaaa!

 

Ma cosa succede con il passare del tempo? Questo: diventate più irritabili, siete meno gioiose, avete meno eros, collassato dall’attesa che esca di casa. Siete l’amante ma diventate l’archetipo per eccellenza della moglie “scassapalle” e lamentosa: “quando lo dici, quando le parli?”

Siete arrabbiate e giustamente: è stato ricoverato l’ennesimo parente e lui non può ancora separarsi. Suo figlio/figlia va male a scuola e la famiglia deve essere unita per risolvere il problema! Sono passati magari due anni e accidenti avete proprio scelto una famiglia sfigata in cui succede di tutto!

Perché vi accontentate del secondo posto? Di essere argento invece che oro?

Qual è il vostro spazio? La vostra presenza quanto vale? Quanto siete disposte ad umiliarvi ancora?

Nell’ombra, nel nascondimento, anche l’amore più meraviglioso di questo mondo muore. Senza luce niente sopravvive. Niente.

L’ombra, l’attesa vi corrodono la gioia, vi spengono, vi tolgono il potere. Care Donne, la relazione con un uomo sposato spesso vi toglie completamente il vostro potere. Rimanete ingabbiate, amareggiate, arrabbiate, invecchiate.

Perché gli anni, tra una scusa e un’altra passano, diventate una seconda moglie, ma senza i privilegi e i doveri, mangiate briciole velenose pur di non perderlo, senza vedere che lo avete già perso. Avete fame d’amore e pur di riempirvi vi accontentate. Non è decisamente la strada per la felicità.

Che cosa può accadere con queste premesse: fantastici scenari.

Primo scenario: forse un giorno arriverà un’altra donna, che non ha voglia di scuse, che non ha desiderio di infilarsi in un tradimento, che vuole un rapporto pulito e lui si, per quella donna si separerà e voi sarete state “Le Traghettatrici” quelle che gli hanno fatto capire che c’era ancora la possibilità di amare, di avere una relazione più profonda, ma non con voi. Cuore frantumato in 10.000 pezzi, autostima -100.000, sofferenza incalcolabile, umiliazione.

Secondo scenario: anche la vostra relazione nel frattempo è diventata: routinaria, senza luce, è meno potente, meno coinvolgente, meno interessante, è limitata e somiglia sempre di più al suo matrimonio. Quindi decide di chiudere. Cuore frantumato in 1.000 pezzi, rabbia, autostima a 0.

Terzo scenario: la moglie lo caccia e corre da voi. Felicità per qualche mese. (Non lo ha scelto lui!)

Quarto scenario: esce di casa per amore vostro, nonostante siate rimaste dentro la relazione clandestina (2%). Miracolo!

Può accadere di innamorarsi di un uomo impegnato: sì, può accadere! Nel 2021 non è certo una rarità e forse non lo è mai stato, ma occorre cambiare.

Dall’altra parte c’è un’altra donna, non lo dimenticate. Forse non sa nulla (o non vuole vedere, perché tutte le donne possono sentire se sono tradite!) o forse lo sa, ma non riesce a prendere una decisione. Non la conoscete: non giudicatela, quello che c’è dentro una coppia solo la coppia lo sa.

Non ci insegnano a “sentire” ad amare in profondità, non ci insegnano nulla riguardo all’amore e al rispetto nella coppia, dando per scontato che l’amore sia qualcosa che si svolge da sé, un programma interno. Allora è un programma mancante, vecchio! Non più funzionale: da rettificare, da ricaricare con informazioni più utili per l’era caotica amorosa in cui viviamo!

Uscite da queste relazioni tossiche, non portano a nulla.

Fate un passo indietro, rispettate voi stesse, ambite al primo posto e ad un rapporto sotto la luce del sole. Lo meritate, così come la moglie ha bisogno della verità. Ricordate che quella donna non merita di essere tradita, perché nessuno merita di essere umiliato e ingannato.

Un giorno quella donna potreste esser voi. Avete un’idea di quanto fa male? Vi siete mai fermate a pensare a questo?

Uscite da questa relazione, se davvero è stato un incontro profondo, se è nato un amore, l’unico modo per proteggerlo è nella verità.

Se l’uomo è davvero innamorato di voi, se anche per lui è stato un incontro importante, prenderà responsabilità e non mentirà più.

Lo amate? Allora aspettate di avere le condizioni pulite per iniziare una relazione: questo è l’unico modo per far crescere un Amore e per avere un uomo maturo.

Difficile? Si, certo, lo è. Lasciare andare qualcuno che si ama è difficile, ma possibile.

Guardate meglio: è decisamente più pericoloso perdere tutta l’autostima, il potere interno, essere una bombola di ossigeno o una traghettatrice, essere sempre al secondo posto, argento invece che oro, essere una donna da nascondere.

VOI NON SIETE DONNE DA NASCONDERE! SIETE ORO CHE LUCCICA ALLA LUCE DEL SOLE!

Meglio un passo indietro e soffrire per un po’ che fungere da bombola di ossigeno!”

Questo raccontava quella donna dai capelli corvini, in piedi davanti agli scaffali colmi, nella Bottega dell’Amore.

 

Isabella, curiosa frequentatrice della bottega.

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